Nel panorama dei reati informatici, la giurisprudenza della Corte di Cassazione ha recentemente ribadito un principio molto importante: il reato di accesso abusivo a sistema informatico o telematico (art. 615-ter c.p.) assorbe quello di detenzione e diffusione abusiva di codici di accesso a sistemi informatici (art. 615-quater c.p.), quando le due condotte sono strettamente connesse.
Un chiarimento che aiuta a comprendere meglio il confine tra le diverse fattispecie di reato legate al mondo digitale e alla cybersecurity.
Reati informatici: quando l’accesso abusivo assorbe la detenzione di codici
Art. 615-ter c.p.: accesso abusivo a un sistema informatico
L’articolo 615-ter punisce chiunque si introduce abusivamente in un sistema informatico o telematico protetto da misure di sicurezza, o vi si mantiene contro la volontà espressa o tacita di chi ha diritto di escluderlo.
La pena base è:
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reclusione fino a 3 anni.
Con aggravanti:
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da 1 a 5 anni se il colpevole è pubblico ufficiale o se il reato è commesso ai danni di sistemi di interesse pubblico o militare.
Art. 615-quater c.p.: detenzione e diffusione abusiva di codici di accesso
L’articolo 615-quater invece punisce chiunque, al fine di procurare a sé o ad altri un profitto o arrecare danno, si procura, diffonde, comunica o consegna codici, parole chiave o altri mezzi idonei ad accedere a un sistema informatico protetto.
La pena è la reclusione fino a 1 anno e la multa fino a 5.164 euro.
La posizione della Cassazione: rapporto tra i due reati
Secondo la Cassazione, quando l’agente:
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si procura i codici di accesso a un sistema protetto (fattispecie dell’art. 615-quater),
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e poi utilizza quegli stessi codici per introdursi abusivamente nel sistema (fattispecie dell’art. 615-ter),
il reato più grave, ossia l’accesso abusivo (615-ter), assorbe quello meno grave (615-quater).
Questo perché il disvalore penale della condotta è già interamente compreso nell’illecito principale: l’uso dei codici non è un fatto autonomo, ma un passaggio necessario per commettere il reato più grave.
Perché questo principio è importante
Il chiarimento della Cassazione è rilevante per tre motivi principali:
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Evitare il cumulo di reati – Chi accede abusivamente non può essere punito due volte per lo stesso comportamento (procurarsi i codici + usarli), se le due azioni fanno parte di un’unica condotta criminosa.
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Centralità dell’art. 615-ter – L’accesso abusivo rappresenta il cuore della tutela penale contro gli attacchi informatici, essendo il momento in cui si realizza la violazione effettiva della sicurezza.
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Chiarezza per la prassi giudiziaria – Gli operatori del diritto hanno un criterio più chiaro per distinguere quando i reati concorrono e quando invece uno assorbe l’altro.
Quando i due reati restano distinti
La Cassazione ha anche precisato che l’assorbimento non vale in ogni circostanza.
Se una persona, ad esempio, si limita a procurare o vendere codici di accesso senza usarli personalmente per entrare nel sistema, allora il reato resta circoscritto all’art. 615-quater.
Solo quando i codici sono utilizzati dallo stesso soggetto per accedere abusivamente al sistema, opera il principio di assorbimento.
Reati informatici: quando l’accesso abusivo assorbe la detenzione di codici
Il mondo dei reati informatici è in continua evoluzione, ma il quadro normativo e giurisprudenziale cerca di mantenere coerenza e proporzionalità.
La Cassazione ha chiarito che l’art. 615-ter c.p. (accesso abusivo) assorbe l’art. 615-quater c.p. (detenzione e diffusione di codici), quando quest’ultimo costituisce solo un passaggio funzionale al reato principale.
Un principio che rafforza la centralità della tutela contro gli accessi abusivi, confermando l’importanza della sicurezza digitale come bene giuridico fondamentale.
